I Monaci Templari tornano a coltivare le fragole nere: antico frutto venerato dai Celti

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“Fra buio e luce, fra giorno e notte; è Crepuscolo che crea Magia. Né pioggia né acqua marina, né flusso né acqua di pozzo; è Rugiada che crea Magia. Né pianta né albero, né fusto né foglia; è Muschio che crea Magia.”

È una frase celtica, che riporta indietro nel tempo, quando i Celti si trasferirono in Piemonte e in Liguria, unendosi in parte ai liguri già 1000 anni a.c. formando nuclei alle spalle di Sanremo, a Bajardo e Seborga.

Simboli e tradizioni arrivarono dal nord Europa, come a Seborga, il simbolo era il Gufo. Ancora oggi in ricordo dei tempi antichi, la notte si sente il bubolare del gufo, quasi come un portale per tornare indietro in un tempo magico.

A Seborga esistono tutte le piante ancora oggi che i Celti veneravano, dalla quercia al castagno, alle piante da frutto, sino a portare con se dal nord, in questa fertile ma irta terra, le fragole nere, in onore della luna, quando gran parte degli dei erano rivolti al Sole.

I Celti, nonostante la profonda cultura e rispetto per la natura, non scrivevano quasi mai nulla, ma trasmettevano tradizioni e usanze oralmente.

Sia i monaci Cristiani, che mistificarono i racconti e le esperienze druidiche a favore del cristianesimo, che i Romani, svalutandoli come Barbari, fecero perdere in parte le loro conoscenze.

Occorrevano circa vent’anni per diventare druidi, e in tutto questo ciclo, venivano tramandate le conoscenze e le tradizioni.

Solo la festa di San Giovanni, il cui nome viene ricondotto spesso a Seborga tra paganesimo e magia, viene festeggiata il 24 giugno, come tradizione di culto celtico.

E le fragole nere? Amano il freddo, amano questa temperatura e come una magia, il pieno della loro fertilità in fiori avviene il 24 giugno.

Una fragola davvero nera, squisita, di un sapore antico che l’Agriturismo Monaci Templari di Seborga di Emanuela Rebaudengo, cercherà di riportare in vita in maniera preziosa, come un oggetto magico ma reale, per valorizzare le terre non come quantità di produzione, ma come qualità, riservata alla biodiversità, e in qualche modo, nell’antico ricordo delle civiltà vissute nelle splendide colline dell’entroterra Ligure.

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