Una sera che il vento narrava, narrava, oltre la vetrata…

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Una sera che il vento narrava, narrava, oltre la vetrata…
Nessuna voce più. La straniera aveva tanto parlato con la sua voce piena di amore,
di terre lontane, di tutto un luccicare di cieli.
Ma fuori, dopo quell’attimo di silenzio, qualcuno aveva ripreso a parlare.
La voce fresca del bosco. Anche quando il vento tace, un sussurro percorre il bosco,
un mormorio misterioso che ha la sua spiegazione in un luccicare argenteo fra tutto
quel fogliame: una betulla solitaria, smarritasi in quel bosco cominciò una volta a girare
e girare, con un piccolo mormorio interrogativo le sue foglie stupite, e non potè
più smettere, ma insegnò agli altri alberi a narrare con lei la grande storia dei venti
che vengono da tutte le parti della Terra per prendere con sè tutte le foglie.
Il vento…. Fu allora che qualcuno disse: Chi conosce il linguaggio dei venti?
Io, disse la straniera, e sorrise a qualcosa lontano oltre la vetrata nella fresca notte.
E non disse altro.
Un piccolino disse: Il vento… piange!
No, no, ascolta, è solo un vento stanco per un lungo camminare,
disse la straniera.
Qualche foglia correva sulla ghiaia dei viali, e qualcuno si fermò nella notte ad ascoltare
la voce del vento. La straniera continuò, forse a narrare o forse quel vento ad imitare
la sua gentile voce. Non so.Tutti ascoltavamo ed udivamo uno stormire di alberi grandi
udivamo lo scorrere di lunghi fiumi, udivamo suoni ignoti che ci richiamavano
profumi di fiori rugiadosi. La voce narrava, narrava con il vento, di qui o appena al di là
della vetrata: fatevi un canto, un piccolo canto che io lo porti con me
lontano, come l’eco della vostra voce e come il profumo di quel
bacio che avrei voluto cogliere da voi e non ho potuto.
Scrivetelo nella vostra lingua straniera a me e poi ditemi il
significato che forse bene in seguito non ricorderò:nessuna
parola avrà per me un più arcano incanto di quella che io non possa
intendere che come in una nebbia di sonno.
La voce si fece ancora più sommessa, per narrare di una pietra bianca, in uncimitero fiorito che portava questa dolce epigrafe:
Mamma, con i tuoi lamenti mi svegli sempre, e con le tue lacrime mi
hai già bagnato tutta la camicina. Mamma, fai il piacere,
tranquillizzati e lasciami dormire.
E la sua voce si fermò, ma la sua storia non era finita così.
Essa aveva commosso il bosco,il quale aveva raccolto le ultime parole e le andava
sussurrando nei cieli. Fu allora che qualcuno al pianoforte iniziò, lentamente,
le prime battute di una romanza, le note tremavano commosse per ringraziare
la straniera e per dirle come tutta la vallata l’accogliesse.
Solo il piccolino disse: Per te, e con la musica porse anche una delicata campanula
azzurra di petunia, apparsa dal nulla.
Quella sera il vento continuò a lungo a narrare, a narrare…..

Salvatore Paladino

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